Le trapanazioni del cranio tra antropologia, scienza e cultura

Reperti archeologici, documenti e testimonianze dimostrano come, spostandosi nel tempo e nello spazio, c’è un dato che accomuna culture passate e presenti, differenti e distanti tra loro: la modificazione del corpo. Non esiste, infatti, al mondo una cultura che accetti il corpo così come ci viene donato da Madre Natura. Esso viene disegnato, inciso, scolpito, amputato e modellato quasi a volerne sancire un allontanamento dalla natura per adeguarlo con espedienti prettamente “culturali”. Un esempio è la pratica di trapanazione del cranio.

Interventi chirurgici, ricostruzioni plastiche, strumentazione medica e farmaci sono, al giorno d’oggi, concetti di ordinaria amministrazione. La chirurgia, come la conosciamo, è considerata una conquista della scienza moderna. Esistono tuttavia prove che nel Perù pre-incaico i guaritori praticavano trapanazioni del cranio – procedure che comportavano la rimozione di una parte della calotta cranica con un trapano a mano o uno strumento di raschiatura – già più di mille anni fa, per trattare tutta una serie di disturbi, dall’epilessia, ai traumi, alla pazzia, praticate senza il beneficio dei progressi medici odierni.

Operazioni come la trapanazione o la deformazione del cranio, tatuaggi, piercing, modificazioni dentarie sono solo un esempio delle tante manipolazioni e alterazioni del corpo che hanno sempre accompagnato le espressioni culturali umane, praticate volutamente da sciamani e stregoni non solo come metodi curativi ma anche come pratiche magico-religiose, al fine di propiziare riti, iniziazioni, matrimoni o punizioni.

Per ottenere una deformazione è necessario intervenire sul neonato, prima che si chiudano le fontanelle craniche, infatti, le ossa sono in formazione e ancora presentano un buon grado di deformabilità. Il più antico cranio deformato risale a circa 8500 anni fa, è stato trovato nelle Caverne Lauricocha, in Perù Le antiche civiltà peruviane sono infatti le prime e le più specializzate in questa pratica.

La trapanazione cranica è probabilmente il più antico esempio di chirurgia esistente, è stato trovato un cranio con segni di trapanazione a Taforalt, in Marocco, risalente a circa 12.000 anni fa. È stata inoltre molto diffusa tra i Melanesiani che operavano anche a scopo preventivo. Le trapanazioni erano eseguite per vari motivi, alcuni dimostrati, altri solo ipotizzabili. Oltre che come risposta in seguito a traumi o cura di malattie ricondotte alla testa come cefalee, epilessia o convulsioni; craniotomie erano probabilmente effettuate per ragioni rituali (possibile rito di iniziazione) o magico-religiosi (la perforazione del cranio poteva servire a far uscire spiriti maligni). Poiché Scienza e Magia erano, alle origini, praticamente indistinguibili, è difficile stabilire quanto di magico o rituale e quanto di terapeutico sia alla base della pratica della trapanazione nei tempi antichi.

654878-01

I reperti rinvenuti indicano non solo una grande conoscenza dell’anatomia della testa, ma anche una precisione tecnica che permetteva di eseguire le operazioni evitando le suture craniche, i seni venosi, le arterie, e senza intaccare le meningi.

Le tecniche operatorie della trapanazione del cranio erano tre: – la verticale, incisione dell’osso verticalmente con un coltello di selce; – la orizzontale, per semplice raschiamento dell’osso; – l’eliminazione di rotella, delimitando con piccoli fori tramite un punteruolo una zona che veniva eliminata per necrosi o a mezzo di una leva.

La procedura, praticata principalmente nel Perù precolombiano, in Bolivia e nelle civiltà pre-incaiche dell’impero Tahuantisuyu, si articolava in quattro fasi che prevedevano:

1 – Raschiamento. Usando una pietra o del vetro, si raschiava il cranio, riducendo l’osso in polvere. Paul Broca (1824 – 1880), il famoso antropologo francese, dimostrò la fattibilità di questo metodo sui cadaveri di un bambino di due anni e di un uomo adulto. Usando un pezzo di vetro affilato, riuscì ad aprire il cranio del morto adulto in cinquanta minuti, fermandosi ogni tanto per riposare la mano. Con il bambino se la cavò in circa quattro minuti. Il raschiamento era uno dei metodi più comuni. In Italia questo tipo di trapanazione venne praticata fino al Rinascimento.

2 – Solco. Con una scheggia di pietra o vetro si incideva con movimento circolare sempre più nell’osso, fino a tagliare una rondella.

3 – Perforazione. Con una punta affilata si praticava una serie di piccoli fori ravvicinati, poi con uno strumento tagliente si rompevano i ponticelli tra i fori, liberando così una porzioncina d’osso. Questo metodo fu descritto da Celso (25 a.C. – 50) nel De Medicina e si diffuse durante il medioevo. Era il metodo preferito dagli Arabi e consigliato nel 1200 dai luminari della Scuola Medica Salernitana. Ancora oggi è un sistema usato da alcune tribù del Kenya.

4 – Tagli. Il metodo usato dal peruviano di Cuzco. Simile al metodo numero due, solo che il taglio invece di essere circolare è rettangolare. In alcune tombe peruviane sono stati trovati dei particolari coltelli metallici dalla lama semilunare, detti ‘tumi’, che sarebbero stati adatti per compiere l’operazione.

Studi effettuati su reperti ritrovati hanno stabilito che intorno al 400 a.C. il tasso di sopravvivenza era intorno al 40%, percentuale che arriva all’80% nel periodo Inca. I più specializzati in questa pratica era i medici del lago Titicaca appartenenti alla civiltà Huari-Tiwanaku che lo stesso Inca “reclutava” come medici dell’impero. Tuttavia, spesso i pazienti morivano durante gli interventi, soprattutto a causa delle infezioni – era facile beccarsi la meningite –, più che per trapanazioni troppo avventate.

In epoche successive la trapanazione è un’operazione ancora circondata da un alone di superstizione. Per esempio era diffusa la credenza che uno dei rischi maggiori nell’intervento fosse il panico del paziente: il poveretto poteva morire di spavento! Per questa ragione gli strumenti chirurgici non dovevano essere mostrati al malato e, prima di cominciare l’intervento, era necessario tappargli bene le orecchie, in modo che non potesse sentire il suono del trapano che scava l’osso.

Oltre ai sopracitati tumi (sono stati ritrovati altri esemplari di diversi materiali come ossidiana, rame e oro), venivano utilizzati strumenti come raschiatoio o punteruolo di selce.

Assai diffuse erano le tecniche dell’abrasione, presente soprattutto su crani di bambini, fatto che potrebbe identificarla come pratica medica preventiva più che curativa, e l’incisione “a croce incaica“.

Sia Ippocrate che Plinio parlano di popoli dei loro tempi che deformavano i crani dei loro bambini; costume frequente presso gli abitatori delle coste del Mar Nero. Pratiche di deformazione artificiale del cranio sono presenti anche in epoca romana e gli indigeni dell’America. Crani così modificati presentano forma diversa, a seconda del procedimento usato: alcuni, ad esempio, sono prolungati verticalmente in alto ed hanno il vertice poco esteso e rotondato a modo di pane di zuccaro; altri sono protratti obliquamente in alto e dietro, hanno il vertice piatto, l’occipite sviluppatissimo e la fronte assai fuggente; altri ancora mostrano due forti depressioni, l’una al vertice e l’altra all’occipite.

Gli Indiani d’America si chiamano teste piatte per la forma del loro cranio. Il procedimento usato da quelli dell’Oregone è il seguente: Le madri portano i bambini fermati con corde sopra una tavola coperta di musco soffice o di fibre sciolte di cedro, e per rendere piatto il loro capo, pongono un cuscino sulla fronte e sopra di esso un pezzo di corteccia di albero, la quale è premuta contro la fronte col mezzo di cordicelle di cuoio che passano per fori praticati in ambedue i lati della tavoletta, mentre sotto la nuca è collocato un cuscino di erba o di altra sostanza molle per sostenere il collo. Questo procedimento viene iniziato alla nascita del bambino e continuato per otto a dodici mesi, dopo il qual tempo la testa ha perduto la sua forma originaria ed acquistato quella di un cuneo, assumendo un aspetto assai strano, perché la porzione anteriore del cranio è piatta e si eleva verso l’indietro.

Le trapanazioni sono state eseguite da moltissime civiltà ed hanno una distribuzione quasi ubiquitaria; questa pratica ha fatto parte della chirurgia popolare in Algeria, Abissinia, fra gli Inglesi, i Serbi e gli Albanesi fino all’inizio del XIX secolo.

Pratiche quali le trapanazioni del cranio e le modificazioni del corpo, in generale, rientrano a pieno titolo in quelle che Cavicchi interpreta e identifica come relazioni, elementi ed espressioni culturali che si ripetono in culture distanti tra loro,  e definendole “antropologia degli intermondi“, per risalire alle radici più arcaiche e profonde del pensiero umano sulla nascita, la vita e la morte e spiegare le interconnessioni tra i vari mondi culturali.

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...